Wednesday, November 18, 2009

Al via il progetto "Rusty Dogs"



NonSoloNoir segnala a tutti l'uscita di Next door to Paradise, prima storia del blog "Rusty Dogs".
Il progetto Rusty Dogs prevede la pubblicazione di una serie di storie pulp, crime e noir a fumetti, sceneggiate dall'amico Emiliano Longobardi e illustrate da una quarantina di disegnatori scelti tra i migliori d'Italia.
Next Door To Paradise di Emiliano Longobardi e Andrea Del Campo è leggibile qui.

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Monday, November 16, 2009

Premio Scerbanenco 2009


Sono stati resi noti, alcuni giorni fa, i nomi dei 21 semifinalisti dell'edizione 2009 del prestigioso “Premio Letterario Giorgio Scerbanenco - Courmayeur Noir in Festival - La Stampa”.
I titoli in concorso sono:

Mattia Bernardo Bagnoli, Bologna permettendo (Fazi)
Ugo Barbàra, In terra consacrata (Piemme)
Elisabetta Bucciarelli, Io ti perdono (Kowalski)
Alessandro Cannevale, La foglia grigia (Einaudi)
Tommaso Capolicchio, L’infiltrato (Kowalski)
Donato Carrisi, Il suggeritore (Longanesi)
Alfio Caruso, Willi Melodia (Einaudi)
Alfredo Colitto, Cuore di ferro (Piemme)
Maurizio De Giovanni, Il posto di ognuno (Fandango)
Umberto Lenzi, Terrore ad Harlem (Coniglio editore)
Giulio Leoni, La regola delle ombre (Mondadori)
Franco Limardi, I cinquanta nomi del bianco (Marsilio)
Vincenzo Maimone, Un nuovo inizio (Sampognaro & Pupi)
Luca Poldelmengo, Odia il prossimo tuo (Kowalski)
Marco Polillo, Corpo morto (Piemme)
Francesco Recami, Il ragazzo che leggeva Maigret (Sellerio)
Simone Sarasso, Settanta (Marsilio)
Letizia Triches, Verde napoletano (Pendragon)
Valerio Varesi, Il paese di Saimir (Edizioni Ambiente Verdenero)
Marco Vichi, Morte a Firenze (Guanda)
Marco Videtta, Un bell’avvenire (E/O)

Nell'impossibilità di occuparmi di tutte le opere arrivate in semifinale (sfaccendato e lettore compulsivo va bene, ma a tutto c'è un limite...), nei prossimi giorni cercherò di intervistare i partecipanti, e di parlarvi dei romanzi che, per caso, per fortuna, o per segnalazione di amici ed esperti del settore, ho già avuto modo di leggere.
Per il momento, vi lascio con la recensione di "Terrore ad Harlem" di Umberto Lenzi, già apparsa su SugarPulp, in una versione leggermente modificata.



Umberto Lenzi: Terrore ad Harlem


Roma, dicembre 1942- gennaio 1943. Il regime sia avvia verso un rapido (mai abbastanza…) declino, ma, anche nella capitale, la popolazione è ancora stretta in una morsa di fame e miseria. Le razioni non bastano più; caffè “vero” e sigarette, lenitivi minimi, usuali, del malcontento popolare, sono un pallido ricordo, e, al mercato nero, i prezzi lievitano.

Bruno Astolfi, ex poliziotto espulso dai ranghi per motivi politici, si guadagna da vivere come investigatore privato, occupandosi di casi da nulla: ragazze “sedotte e abbandonate”, piccole ricerche, interventi “dissuasivi”… tutti lavori da quattro soldi; poi, il cinema torna a bussare alla sua porta. Già noto negli ambienti di Cinecittà per aver indagato, nel 1940, su un duplice tentativo di omicidio ai danni della diva Luisa Ferida, all’epoca impegnata nelle riprese del film La corona di ferro di Alessandro Blasetti, Astolfi viene richiamato agli studi come responsabile della sicurezza sul set di Harlem, del regista Carmine Gallone.

Un lavoro di routine? Forse no, perché le riprese del film, un mediocre oggetto di propaganda di regime, una storia pugilistica ambientata ad Harlem, prevedono la presenza sul set di un gran numero di comparse di colore, e il regista ha deciso di servirsi dei prigionieri di guerra americani… Ma non sono, o non dovrebbero essere, i “neri” a preoccupare Astolfi: nel bel mezzo delle riprese, il pugile italoamericano Tony Mauriello, consulente sportivo di Gallone, viene ritrovato impiccato. Le autorità non esitano ad archiviare il caso come suicidio, ma Astolfi non è tipo da soluzioni incerte e sbrigative, e la carta dei tarocchi ritrovata vicino al corpo senza vita del pugile, sembra ricollegare la sua morte all’omicidio della vecchia cartomante Giuditta Comolli. Il detective si lancia così in un’indagare che lo porterà, tra spettacoli di cabaret e pericolose incursioni in dubbi esercizi commerciali e palestre di pugilato, incontri politicamente “pericolosi” e minacce dell’OVRA, tormentate cene con l’amata Elena, scontri con la polizia, pedinamenti, dubbi e mezze verità, a far luce su un’intera catena di delitti, collegati dalla presenza, sulla scena del crimine, delle misteriose carte dei tarocchi…

Noir cinéphile dagli snodi classici, un po’ avventura di Toby Peters (ha ragione Gian Carlo De Cataldo a citarlo, ad uso e consumo dei neofiti, nella sua prefazione; ma d’altra parte, l’ombra del defunto Stuart Kaminsky –figura di riferimento per almeno un paio di generazioni di noiristi “informati sui fatti”- si addensa lunga sulla seconda avventura di Bruno Astolfi), e cugino alla lontana –merito ed effetto di ambientazione geografica e posizionamento cronologico-, del lucarelliano trittico del commissario De Luca, Terrore ad Harlem, di Umberto Lenzi, si allontana da opere come Assassinio sul sentiero dorato o Una pallottola per Erroll Flynn, per “serietà” e “durezza” dell’intreccio(1), e dai romanzi di Lucarelli per la già citata, assoluta dipendenza dalla dimensione cinematografica.

Rapido, avvincente, scandito, ritmato (d’altronde questa è una “seconda prova” per modo di dire: Umberto Lenzi ha sempre scritto per il cinema), solidamente costruito su rispettabili, inesausti, clichés del genere, popolato da personaggi mitici della cultura italiana del secondo dopoguerra(2), oltre che, ovviamente, da una miriade di attori realmente esistiti, Terrore ad Harlem, seguito “indipendente”(3) di Delitti a cinecittà, deve gran parte del suo “polveroso” fascino, alla perfetta ricostruzione ambientale, ai piacevoli tocchi vintage (o, con vocabolo dubbiamente più autarchico, “retrò”), che investono, qua e là, anche il livello lessicale, e conferiscono un forte senso di realtà ad un intreccio che miscela spunto reale e trama gialla, note storiche e varianti romanzesche.



(1) Niente rimane, ad Astolfi, dell’essere maldestro, dell’ingenuità di Peters, e se i due personaggi si prestano al confronto, è per la comune appartenenza ad universi narrativi fitti di riferimenti cinematografici; mondi nei quali, forse, nessuna storia sarebbe possibile se non al cinema e con il cinema, perché, fuori dalle sale e dagli studi, ci sono solo la noia, la miseria, le brutture della vita quotidiana…

(2) Le comparse “reali” di Terrore ad Harlem vanno da Aldo Fabrizi, posto al centro di un’indimenticabile sequenza di cabaret, ai fratelli De Filippo, passando per il giovane Indro Montanelli, appena “intravisto”, eppure in prima fila tra gli adiuvanti del protagonista…

(3) Astolfi ha modo di ricordare in più di un’occasione, nel corso del libro, la sua avventura a fianco di Luisa Ferida, e la situazione, forse anche per via della narrazione in prima persona, ri-emerge naturale, senza forzature, come in un suo rimuginare, che non sfiora mai, neppure lontanamente, il deprecabile livello della “comunicazione al lettore”.


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Monday, November 09, 2009

Arturo Buongiovanni: Intendo rispondere


Torre Annunziata, 1993. Ferdinando Cataldo è stato un uomo qualunque -un buon marito, un onesto lavoratore, il tranquillo proprietario di un’officina meccanica, uno in grado di tenersi fuori dai loschi traffici di tanti “amici”-, almeno fino al giorno in cui si è ritrovato a rispondere con le armi alle prepotenze e agli affronti di un vecchio conoscente, pronto ad “espropriare” l’attività di famiglia. E in un ambiente come il suo, in un tempo e in un luogo nei quali lo scavalcamento della sottile linea che divide la legalità dall’illegalità può essere segnato da una semplice coincidenza (l’incontro con il giorno libero di un funzionario di polizia, per esempio) e a tutti si offre, almeno in senso criminale, una “seconda opportunità”, certi fatti non passano inosservati. Così, il tranquillo Ferdinando, costretto alla latitanza da un’unica azione sconsiderata e quasi involontaria, si ritrova uomo di fiducia di Angelo Nuvoletta, uno dei più potenti boss della zona, affiliato direttamente a Cosa Nostra.
Promosso sul campo e protagonista di numerose azioni criminali, l'ex ragazzo per bene, ormai stimato killer, è costretto a fuggire a Torino; ma la vita nella città sconosciuta non ci mette molto a rivelarsi insidiosa: dopo un breve scontro con gli uomini di un clan rivale, Fernando si ritrova in carcere. Qui, per quanto pronto ad una lunga, silenziosa, reclusione, si convince- grazie all'appoggio della moglie Anita, e per via della terribile situazione familiare(1)- a collaborare alla battaglia condotta contro il clan Nuvoletta dal giovane magistrato D’Alterio(2) e dall’esperto commissario Auricchio.
La decisione, però, non è abbastanza: la strada per il tribunale è lunga, e, per i pentiti, c’è sempre il rischio di incappare in malaugurati “incidenti di percorso” e ripensamenti…

Opera di fortissima tensione civile, completamente ispirata ad una storia vera(3), profondamente morale e di grande valore letterario –pur tracciata con lo stile minimale tipico (si direbbe quasi “imposto”) dai canoni del genere, la ricostruzione di Arturo Buongiovanni funziona alla perfezione, innescando dolorosi meccanismi di immedesimazione-, Intendo rispondere asseconda la rinnovata tendenza(4) alla letteratura-verità, al romanzo-documento, affermatasi nella produzione italiana del dopo-Gomorra, tentando un’inedita, empatica, ricostruzione della condizione (psicologica, oltre che materiale) del “pentito”. E il romanzo, che non sottintende e non banalizza, ma “allude” alle cause del crimine, tirando in ballo il motivo sociale senza assolvere il protagonista dalle sue responsabilità personali, funziona alla perfezione, e finisce per trascinare il lettore in un mondo oscuro fatto di turbamenti, dubbi morali e paure ben più reali –quelle legate alla vita dei parenti rimasti “fuori"; un luogo nel quale la scelta della legalità è l'unica alternativa al dominio dell'inumana, violenta, pre-culturale casualità.

Classificatosi secondo all’ultima edizione del "Premio Azzeccagarbugli", Intendo rispondere, di Arturo Buongiovanni è edito da Donzelli.



(1) Il figlio Andrea, appena nato, ha gravi problemi di di salute, e le poche telefonate consentite ai detenuti comuni non sono neppure sufficienti per tenersi al corrente delle sue condizioni.
(2) Armando D’Alterio, oggi procuratore capo di Campobasso, è stato per anni membro della direzione distrettuale antimafia di Napoli; qui, si è occupato di procedimenti relativi ai clan Nuvoletta, Gionta e D'Alessandro.
(3) Arturo Buongiovanni, un tempo legale di Fernando Cataldo, sembra voler raccontare i fatti esattamente come li ha conosciuti, senza abbellimenti, abbandonando l'evocazione compiaciuta della violenza tipica di tante narrazioni costruite intorno a figure di fuorilegge, e limitando al minimo gli espedienti narrativi. Il risultato? Esattamente quello sperato: la fascinazione per la parentesi criminale del protagonista (del resto mantenuta, per quanto possibile, in ellissi) risulta totalmente azzerata. I veri eroi di Intendo rispondere sono gli uomini che scelgono la legge; tutti, pentiti inclusi.
(4) Questa tendenza è perfettamente testimoniata dai racconti apparsi su «Nuovi Argomenti» scelti per il volume antologico Aa. Vv., A occhi aperti. Le nuove voci della narrativa italiana raccontano la realtà, Mondadori, Milano 2008.

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Tuesday, October 27, 2009

Umberto Lenzi: Terrore ad Harlem


Pubblicata, sul portale SugarPulp (http://www.sugarpulp.it), una mia recensione del romanzo Terrore ad Harlem di Umberto Lenzi.
La recensione è leggibile qui.

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Sunday, October 18, 2009

Simone Sarasso e Daniele Rudoni: United We Stand

12 Gennaio 2013; gli “inviti” a smantellare gli armamenti atomici rivolti dal presidente americano al governo nordcoreano, si trasformano in un ultimatum. L’America minaccia l’intervento armato.
I cinesi ribattono: ogni azione militare americana in Corea sarà interpretata come una dichiarazione di guerra.
27 febbraio; pur senza l’appoggio dell’Unione Europea, gli americani attaccano Pyongyang.
28 febbraio; la città di Anchorage, Alaska, è rasa al suolo dall’atomica cinese.
8 aprile. A Roma, la candidata democratica Stella Ferrari festeggia, con i suoi elettori, la nomina a presidente del consiglio. La rivincita delle sinistre? Forse no; prontio all'azione in caso di vittoria dei "rossi", un manipolo di uomini in armi si è introdotto a Palazzo Chigi e, per assumere il potere, ha eliminato i rappresentanti dei vecchi, “molli”, governi di destra. È il primo colpo di stato dell’era repubblicana, l’atto inaugurale di una nuova dittatura militare.
In poche ore, Roma, Napoli, Torino e Milano si ritrovano in fiamme.
Miracolosamente scampata alle ricerche e ai rastrellamenti voluti dal “secondo duce”, Stella Ferrari, simbolo vivente della nuova resistenza, si rifugia in montagna, nella casa ereditata dai genitori partigiani, e, mentre il popolo si organizza per il contrattacco, si ritrova a fare i conti con il suo passato…

Ambientata in un futuro vicinissimo(1), “fantascientifico” o “fantapolitico” (ma, ahimé, non troppo fantasioso o inverosimile…) United We Stand, prima graphic-net-novel italiana(2), nasce dall’incontro di Simone Sarasso(testi) e Daniele Rudoni(matite), con il progetto di un film pubblicizzato e mai realizzato(3): l'omonimo United We Stand. Stimolato dal semplice titolo –una vera e propria trama, il fake-movie di Mattes, non l’ha mai avuta…- Sarasso ha costruito una sceneggiatura-romanzo di circa 100 pagine(4) che risulta, nella traduzione fumettistica, leggibile in maniera indipendente, ma piena di rimandi alla “trilogia sporca dell'Italia" (il trittico è ancora in fieri: sono usciti, per ora, i primi due volumi, Confine di Stato e Settanta), rispetto alla quale si manifesta come futuro “possibile”.
Scritto con la consueta maestria nella stesura del dialogo (d’altronde la graphic novel si regge proprio su questo...) e la tecnica mista alla quale i lettori di Sarasso sono ormai abituati (ma l'inserimento di testi di genere diverso -giornali, diari, telegiornali ecc.- risulta meno "spiazzante", più convenzionale all'interno di un fumetto...); disegnato con pochi tratti (che bastano, però, a conferire alle figure, tutte curate fino ai minimi particolari, grande spessore ed inatteso realismo) dall’ottimo Daniele Rudoni, United We Stand, grafic-net-novel dal chiaro taglio cinematografico(5), si nutre di una “deformazione” della realtà, di una “‘mistificazione’ del conosciuto”(6) che, lampante fin dalle prime pagine (dove i leader del governo uscente mostrano una fisionomia ben nota ai lettori...), crea particolari effetti metatestuali (si direbbe quasi un manifesto visivo di quella poetica sarassiana che propone il recupero dei materiali più vari -dal cinema d'intrattenimento al fumetto, dalla musica leggera alla letteratura di genere, alla TV con la sua recente tendenza seriale- e il loro riuso in narrazioni per il resto fortemente realistiche) nel cameo dell'autore: prestata (con trovata hitchockiana) la sua fisionomia al personaggio di “Talento”, braccio destro del bandito Ettore Brivido (già noto ai lettori del riuscitissimo Settanta), Sarasso fronteggia, in un serrato interrogatorio, Maurizio Merli, indimenticabile icona del cinema poliziottesco.

Frutto della collaborazione di un romanziere che non ha mai nascosto il suo amore per il fumetto(7) ed un fumettista di prestigio (Rudoni, classe 1977 è colorista per Marvel America e insegnante di "Tecnica del fumetto" all'Accademia delle Belle Arti di Novara), United We Stand è una prova elegante, innovativa, credibile, avvincente, perfettamente riuscita.

La graphic novel United We Stand di Simone Sarasso e Daniele Rudoni, è edita in Italia da Marsilio.



(1)L’anno 2013, date le assurde preoccupazioni relative al 2012 e alla famigerata profezia dei Maya, è certamente una scelta più che appropriata per una narrazione dai toni marcatamente post-apocalittici.
(2)L’idea centrale di United we stand è assolutamente interessante: al racconto principale, relativo al colpo di stato e pubblicato in volume, si intrecciano una serie di narrazioni tangenziali, firmate da nomi di prestigio della letteratura “di genere” italiana (si, lo so, la definizione è passata di moda, ma per me, che della passione per il “genere” ho fatto motivo di vanto, sopprimere questa ormai “obsoleta” etichetta è un compito piuttosto arduo…), scaricabili (gratuitamente) in formato pdf dal sito http://www.unitedwestand.it/. Grazie a questa scelta, l’universo parallelo di United We Stand, raccontato per ora dalle voci di S. Di Marino, P. Roversi, Kai Zen, E. Maggi, A. Briganti, P. Franchini, JP Rossano, M. Di Giulio, L. Ghinelli, D. Mantovani, A. Talia, si ritrova al centro di un processo di arricchimento potenzialmente infinito.
(3)Nel 2005, manifesti e locandine del film (che, stando alla campagna pubblicitaria, avrebbe dovuto essere interpretato da due ignari Ewan McGregor e Penelope Cruz) hanno invaso le strade delle maggiori capitali europee, e gli spazi pubblicitari di importanti riviste e quotidiani. L’intera campagna era, in effetti, frutto e oggetto di una riflessione d’artista sulla pubblicità e sul sistema della comunicazione. La documentazione fotografica della campagna è stata esposta nel 2005 all’interno della “Postmasters Gallery” di New York. Per ulteriori informazioni si rimanda al sito degli artisti Eva e Franco Mattes (http://www.0100101110101101.org/home/unitedwestand/intro.html)
(4)Cfr. Daniele Rudoni, Sedici noni: La matita e la macchina da presa, p. 171, in Simone Sarasso e Daniele Rudoni, United We Stand, Marsilio, Venezia 2009, pp. 171-172.
(5)Per le questioni tecniche relative alla costruzione dell’effetto cinematografico, si rimanda al già citato Daniele Rudoni, Sedici noni: La matita e la macchina da presa.
(6)Ivi, p. 172.
(7)Già in Turkemar (racconto d'esordio di Sarasso, ripubblicato nel 2007 come romanzo breve per i tipi di Effequ) la biografia di Fred Buscaglione incontrava suggestioni -ma, anzi, vere e proprie citazioni- da fumetto marveliano.

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Tuesday, October 13, 2009

Roberto Saporito: Carenze di futuro

Finito sul lastrico dopo aver perso al gioco una discreta fortuna in beni mobili e immobili, l’unico erede di una importante famiglia alto-borghese della provincia piemontese si ritrova costretto a fuggire dai “fantasmi della sua stupida vita precedente”(1): Pacifico e la sua banda, un gruppo di temibili strozzini decisi a prenderlo, “anche solo per tagliargli tutte le dita della mano destra”(2), e dare, così, il buon esempio. Aiutato da Bruno e Cesare, gli unici veri amici rimasti, l’uomo, privo di ogni legame da quando moglie e figlia se ne sono andate, decide di lasciare Torino, gli ultimi averi -qualche migliaio di franchi in contanti- infilati in una cappelliera rigida, e nascondersi per qualche mese assumendo l’inutile(3) mansione di custode in un residence nel sud della Francia; arrivato sul posto, scopre, però, di aver fatto male i suoi calcoli: gli uomini di Pacifico sono già sulle sue tracce, e forse neppure una fuga sul fiume, a bordo della chiatta della nuova compagna di viaggio Sophie -una ragazza dall'aria incomprensibilmente triste che rifiuta di fornirgli la benché minima informazione sul suo misterioso passato- potrà sottrarlo all'ira dei suoi inseguitori e agli schiaffi del destino…

Costruito con l’alternanza di capitoli narrati in prima persona dal protagonista, (melanconicamente ritmati da una prestigiosa colonna sonora fatta di pezzi new-wave e atmosferiche torch-songs a tinte fosche; Tindersticks, Cousteau, Nick Cave e i "calmi" Einstürzende Neubauten di Sabrina, per limitarsi a qualche esempio), e brani in terza persona che rappresentano, in focalizzazione esterna, il punto di vista degli inseguitori; aperto ad una piacevole, imprevista vena giovanilistica –si fa strada, o diviene percettibile dietro la voce del personaggio, a partire dall’entrata in scena della professoressa Simone, e resta palpabile fin in fondo(d’altronde, se il protagonista si è ridotto alla condizione di “carenza di futuro” nella quale il lettore lo coglie, è proprio in quanto incapace di crescere…), conferendo al romanzo i suoi toni piacevolmente “sciolti”, colloquiali in maniera azzeccata e naturale-, Carenze di futuro, ricorda, da un punto di vista puramente esteriore(4), Piccolo Blues di Manchette(5), ma se ne allontana per questioni teoriche di importanza cruciale: se Gerfaut, indimenticato personaggio manchettiano, ritorna, al termine dell'avventura, alla sua calma e tranquilla vita borghese, il protagonista di Saporito è colto, sul finale, nel bel mezzo di un viaggio volutamente fuori dai "canali consueti", verso la Parigi mitica dei sogni tardo-adolescenziali; la città che ha ingoiato la bella e sensuale Simone, non il luogo visitato in viaggio di nozze con la ex moglie Francesca…

Lucido, ironico, rapidissimo, ben scritto e imprevedibile (6), Carenze di futuro, terzo romanzo di Roberto Saporito, già autore di Anche i lupi mannari fanno surf, Millenovecentosettantasette, fantasmi armati, e delle antologie di racconti Harley-Davidson. Racconti e H-D Harley Davidson, Deserti e nuovi vampiri, è edito da Zona.



(1)Roberto Saporito, Carenze di futuro, Arezzo 2009, p. 88.
(2)Ivi, p. 79.
(3)La storia si svolge in periodo di bassa stagione.
(4)Volendo riassumere la trama alla maniera di certo strutturalismo a buon mercato, si potrebbe fare di Carenze di futuro il racconto di un borghese improvvisamente privato di tutte le sue certezze e rituffato nel bel mezzo del mitico "stato di natura" (dai risvolti chiaramente hobbesiani...); ovviamente, questa eccessiva generalizzazione crea una classe inutile, talmente ampia da includere un po' di tutto, dal già citato Piccolo Blues a Cane di Paglia di Peckinpah e persino Robinson Crusoe di Defoe (e la cosa è curiosa, perché Saporito costringe il suo protagonista ad "adattarsi" e "vivere" -se così si può dire per una permanenza brevissima- non su un'isola, ma su una spiaggia deserta, producendo effetti di colta comicità).
(5)Anche nella sua rilettura echenoziana: con Un anno, il romanzo di Saporito ha infatti in comune la scelta “ciclistica”… (Si veda Jean Echenoz, Un anno, Einaudi, Torino 1998, recensito su queste pagine il 14 agosto 2008 http://nonsolonoir.blogspot.com/2008/08/l-jean-echenoz-un-anno.html). Manchette è, comunque, l’unico autore esplicitamente citato: a pagina 38 si legge, infatti: “Il noir è un genere morale. È la grande letteratura morale della nostra epoca, e non lo dico io, lo dice Jean-Patrick Manchette”.
(6) L’autore spende spunti narrativi “con liberalità”: nel corso di Carenze di futuro, ci si imbatte in almeno un paio di sub-plots importanti abbastanza da servire come trama per altrettanti romanzi brevi (penso, oltre che al "misterioso" -in realtà noto al lettore perché ben tracciato, con pochi, sapienti tocchi- passato di Sophie, alla disavventura vissuta al fianco di Cesare, personaggio interessantissimo, che meriterebbe di ritrovarsi al centro di un possibile seguito…), e la narrazione, perdendo il suo carattere lineare -l'intreccio è, o almeno dovrebbe essere, semplice-, ne risulta positivamente arricchita.

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Saturday, October 10, 2009

NonSoloNoir saluta Stuart Kaminsky

NonSoloNoir saluta lo scrittore, saggista e sceneggiatore Stuart Kaminsky; secondo le dichiarazioni della figlia Tasha e dalla moglie Enid Perll, lo scrittore, appena settantacinquenne, si sarebbe spento “pacificamente” nella giornata di ieri, 9 ottobre 2009.
Autore, dal 1977 (anno di uscita di A bullet for a star), di almeno tre noti cicli di romanzi –quello di Toby Peters (in Italia Assassinio sul sentiero dorato e Non fate arrabbiare i vampiri, entrambi per Einaudi), quello dell’ispettore Rostnikov della polizia di Mosca (Morte di un dissidente, Alacràn e Sangue e rubli, Hobby & Work) e quello di Lew Fonseca (Cattive intenzioni, Midnight pass e Omissione di soccorso, tutti Alacràn)-, e impegnato, negli ultimi anni, in una serie di romanzi ispirati alla serie televisiva C.S.I (in Italia, Morte in inverno, C.S.I. N.Y., Sperling e Kupfer), Kaminsky si è occupato anche di cinema, firmando saggi di prestigio (su Ingmar Bergman, Gary Cooper, sui generi cinematografici ecc.), e collaborato con Sergio Leone (dialoghi e sceneggiatura di C’era una volta in America) e Don Siegel (Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo); con lui se ne va una voce forse poco nota(verrebbe da dire "stranamente poco nota", data l'influenza indubbiamente esercitata sugli autori della generazione successiva), ma sicuramente cruciale, della “vecchia scuola” del nero americano.

A seguito, ripubblichiamo la recensione del romanzo Assassinio sul sentiero dorato, già apparsa su queste pagine lo scorso 6 marzo.

“L’ascensore si fermò al nono piano con un cigolio. Decisi che avrei messo il mio uomo alle strette con qualcosa di molto vicino alla verità. Magari l’avrei fatto arrabbiare al punto che si sarebbe lasciato sfuggire qualcosa. Non riuscivo a immaginare la scena di me che usavo la forza contro un nano, ma probabilmente ne sarei stato capace. Forse sarei riuscito a spingerlo a farmi arrabbiare quanto bastava.” (1)

1940. Toby Peters, ex poliziotto dell’LAPD, ex buttafuori ed ex responsabile della sicurezza per conto della “Warner Brothers”, si guadagna da vivere come investigatore privato risolvendo casi di quart’ordine. Per risparmiare sulle spese, ha per ufficio una stanza in sub-affitto nello studio di un’improbabile dentista. Quando Louis Mayer, proprietario della notissima casa di produzione cinematografica “Metro-Goldwyn-Mayer” lo convoca nei suoi studios per affidargli le indagini sulla morte di una comparsa, Peters accetta senza esitazione: quello che non sa, è che il suo nuovo datore di lavoro lo ha scelto sperando che facesse pressioni sul fratello Phil (membro dell'LAPD ufficialmente incaricato delle indagini), per convincerlo a mantenere il silenzio sulla faccenda. Ma il signor Mayer non sa che i rapporti tra Toby Peters e suo fratello non sono dei migliori…
Impegnato nelle indagini sulle morte di un nano travestito da “marameo”, ritrovato cadavere, a più di un anno dalla fine delle riprese, sul set del film Il mago di Oz di Victor Fleming, e costretto ad agire senza l'aiuto delle autorità, lo scalcagnato detective si troverà nel mirino di una serie di maldestri gangster, e, prima della soluzione del caso, (risolto anche grazie alla collaborazione di un aiutante d’eccezione: il padre dell’hard boiled Raymond Chandler) salverà la vita alla giovane Judy Garland, vero e proprio simbolo dell’innocenza nella Hollywood degli anni ’40…

Romanzo breve, ben scritto (anche attraverso un recupero del lessico tipico dell’hard boiled delle origini che ahimè, in parte si perde in una traduzione non sempre all’altezza del testo), surreale, politicamente scorretto come lo si poteva essere solo negli anni '40, follemente ironico, ma anche piuttosto prevedibile nello svolgimento strettamente giallo(2), Assassinio sul sentiero dorato trae buona parte del suo fascino dalla dimensione meta-narrattiva, dal riuso, in funzione d’omaggio, di modi, toni, personaggi, situazioni, soluzioni narrative ed escamotages tipici del noir degli albori (3).
Gli aspetti meno credibili del genere (infallibilità e quasi immortalità, irresistibile fascino dell’eroe ecc.) sono qui deformati, secondo una certa tendenza del noir post-moderno (4), con un fare farsesco e vivace, come a voler correggere il difetto di realismo attraverso l’esagerazione dei tratti comici e incredibili.

Romanzo noir che coniuga La sorellina di Chandler con l'ironia (che deforma l'affresco storico, ma senza riuscire a cancellarlo) dei Racconti di Pat Hobby di F. Scott Fitzgerald, il surrealismo di Brautigan con la durezza di Hammett, Assassinio sul sentiero dorato, di Stuart Kaminsky, edito in Italia da Einaudi, è Il libro che ogni filologo, amante del genere e feticista del cinema classico dovrebbe avere nella sua libreria.




(1) Stuart Kaminsky, Assassinio sul sentiero dorato, Einaudi, Torino 2005, p. 115.
(2) Le trovate surreali abbondano, ma la trama gialla, costruita attraverso un collage di clichés d’epoca risulta, per gli appassionati del genere, piuttosto prevedibile.
(3) Pilastri della moderna narrativa poliziesca quali Hammett, Chandler, Latimer, Mickey Spillane (anche nella trasposizione cinematografica: l’ambiente della palestra riporta alla mente il club sportivo di Un bacio e una pistola di Robert Aldrich) sono qui riletti con gli occhi del moderno scrittore-lettore, evidentemente sofferente, come molti fanatici del genere, di una bulimia basso-letteraria che ha trovato il suo luogo elettivo nell’America degli anni ‘40/’50, segnata dal fenomeno culturale della letteratura pulp.
(4) Pensiamo non solo al noto Hector Bélascoaran di Paco Ignacio Taibo II, ma anche al meno fortunato (perché sottorappresentato in Italia) C. Card, protagonista dell’incredibile Sognando Babilonia di Richard Brautigan (Marcos y Marcos). In ogni caso, questo scarso realismo dei romanzi noir degli albori, ormai vero e proprio luogo comune della critica letteraria di genere, andrebbe ripensato: sembra infatti il riflesso di una valutazione negativa della letteratura (soprattutto cinematografica) successiva ispirata ai romanzi dell’epoca, retrospettivamente proiettata.

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